Mario Ciancio Sanfilippo
Una assoluzione annunciata, ovvero come fare affari con la mafia e vivere felici.
Alcuni giorni fa, “La Sicilia” dedicava intere pagine alla grande retata dei “LAUDANI”, un centinaio di arresti, immortalati con fotografie e biografie. Poco spazio veniva riservato alla sentenza della Dott.ssa Gaetana Bernabò Distefano, GIP nel processo contro Mario Ciancio Sanfilippo, in ordine al delitto c.p.p. degli artt. 110 e 416 bis per aver concorso, pur senza esserne formalmente affiliato, nell’associazione di tipo mafioso Cosa Nostra.
Un noto editorialista del “nostro” quotidiano ha collegato, commosso, il primo avvenimento alla vittoria, trent’anni dopo il maxiprocesso, di Falcone e Borsellino, alla loro strategia investigativa. Se si fosse preoccupato di più delle sorti del suo editore, avrebbe appreso che “La intuizione di Giovanni Falcone la conseguente creazione di una fattispecie di reato che potesse coprire la zona grigia della collusione della mafia oggi non può che essere demandata al legislatore” (pag. 70 sentenza).
Comprendiamo subito che l’assoluzione non dipende dal fatto che il livello del potere economico, a differenza di quello politico (Cuffaro, Lombardo, ma il GIP sottolinea che non si tratta di sentenza definitiva), non possa essere toccato, soprattutto nel caso di chi, Ciancio, ha ricevuto l’omaggio di un editoriale, nel 50° anniversario, del Presidente della Repubblica e persino quello di una visita, nella sua redazione, del dottor Ingroia.
Le due raccomandazioni non bastano, la sentenza ha l’ambizione, assieme al salvataggio dell’editore, di rappresentare un punto fermo nella demolizione del concetto stesso di concorso esterno, e si fa forte di una micidiale citazione della giurisprudenza e della debole, a suo parere, capacità investigativa della Procura della Repubblica di Catania, del suo oscillare tra richieste di archiviazione e di imputazione, con qualche distillato di veleno tutto interno alla magistratura.
Il punto è allora questo. Passata l’emergenza occorre, come consigliava il non dimenticato Ministro Lunardi, convivere con la mafia, occorre capire che “nel 2015 ci troviamo di fronte ad una situazione diversa…
Ritornando agli ottanta e novanta del secolo passato, ben si comprende l’esigenza di giustizia sottesa alla costruzione di matrice giurisprudenziale DI UN REATO CHE, SOSTANZIALMENTE, NON ESISTE. Il momento storico era talmente critico da giustificare una scelta in tal senso….occorre una norma di legge affinchè il Giudice adotti un provvedimento giurisdizionale motivato”. (pagg. 110/111).
Il GIP si concede, giustamente, una nota ironica sul fatto che siano stati presentati in Parlamento due disegni di legge e che lì giacciono. Un fatto, quest’ultimo, che permette di fatto la più ampia discrezionalità, nei vari gradi di giudizio, sulla sua applicabilità.
Dunque secondo il GIP il REATO DI CONCORSO ESTERNO NON ESISTE. A differenza dei suoi colleghi del suo stesso ufficio, non si tratta di differenti opinioni. “Si impone una rivisitazione della materia….soprattutto per la modificazione strutturale della società per come è emerso negli ultimi decenni: DA ORGANIZZAZIONI MAFIOSE NETTAMENTE SEPARATE dalla società civile, si è progressivamente assistito ad una insinuazione dell’apparato mafioso all’interno dei gangli vitali della società medesima”. Non interessa qui polemizzare sull’internità da sempre della organizzazione mafiosa nella società civile e delle relazioni, da sempre pacifiche o conflittuali, con i poteri economici e statali. Il GIP va ancora più avanti, tutto è mafia, siamo di fronte ad una integrale sussunzione della borghesia nell’apparato mafioso. Una tesi ardita anche per chi, come noi, ha sostenuto la tesi della borghesia mafiosa, quale sezione di un blocco di potere complesso imprenditoriale – politico – mafioso, ma il GIP è ancora più avanti e con qualche ragione: anche “a voler ammettere la figura del concorso esterno, la contestazione del concorso esterno stride con la formulazione concreta effettuata nei confronti del Ciancio al quale sono state contestate condotte per un lungo periodo e con una articolazione talmente ampia da essere in netto contrasto con la figura del concorso esterno (pag. 118) esiste infatti il dubbio che “IL RUOLO DEL CIANCIO POSSA ESSERE BEN PIU’ ARTICOLATO E COMPLESSO, GIUNGENDO FINANCHE A RIVESTIRE LA QUALITA’, SE NON DI PROMOTORE, QUANTO MENO DI DIREZIONE E DI ORGANIZZAZIONE DELL’ASSOCIAZIONE CRIMINALE, concetto incompatibile con quello di mero consolidato esterno” (pag. 124).
Non avremmo mai sperato che tali valutazioni, che all’ingrosso condividiamo, il ruolo de “La Sicilia” quale partito reale del blocco di potere catanese, della sua borghesia, avessero un così prestigioso avallo dalla Magistratura catanese, il guaio è che, secondo il GIP, anche in questo caso non si può più procedere. Ecco come il nostro autore, il GIP, ricostruisce la vicenda processuale in ordine alla possibilità o meno di rinviare l’odierno imputato a giudizio (pa. 125):
Dal 2007 al 2012 vengono svolte le indagini
Nel mese di aprile 2012, la Procura chiede al Gip l’archiviazione del procedimento
Nel mese di novembre 2012 il GIP rigetta la richiesta di archiviazione ed indica analiticamente le indagini da effettuarsi
Nel mese di aprile 2015, la Procura della Repubblica formula la richiesta di rinvio a giudizio.
Nel corso del testo il GIP fa maliziosamente notare che le stesse imputazioni sono servite alla Procura una volta per richiedere l’archiviazione e successivamente per richiedere di procedere. (pag. 142)
Ma l’indagine investigativa non è, secondo il GIP, adeguata: “una raccolta acritica di innumerevoli vicende che riguardano numerosi soggetti, tra cui l’odierno imputato”, da qui – “anche ai fini della contraddittorietà della imputazione contestata….. L’impostazione accusatoria non collide con una contestazione di concorso esterno.——- La ricostruzione effettuata in sede di requisitoria del PM e di arringa delle parti civili, pone il Ciancio quale figura centrale della vita della città di Catania, DOMINATORE ASSOLUTO DELLE PRINCIPALI VICENDE…… è difficile che un soggetto che si trovi in posizione apicale, possa accettare, in altro ambito, un ruolo di mero esecutore di ordini altrui. (pag. 132)”
Che non sia così, secondo il GIP, si desume da una intercettazione (Ajello2008) che parla di una lobby di imprenditori i quali si interessano della politica. nella intercettazione “LU“, cioè l’Ajello – parla di LORO – cioè della lobby – come qualcosa di estraneo alla famiglia DI COSA NOSTRA CATANESE” Nella telefonata si parla anche di Enzo Bianco, ma non si è indagato sulla telefonata del 18/04/2013 tra Ciancio ed il Bianco (sulle questioni del PUA). La telefonata è citata anche perché l’Aiello, parlando degli imprenditori catanesi, afferma che “hanno la magistratura dalla loro parte”, così, tra micidiali insinuazioni tutte interne al Palazzo di Giustizia, si arriva alla conclusione. Ciancio appartiene ad una lobby, ma non è quella di cosa nostra catanese, il circolo si è chiuso.
Non esiste il concorso esterno, la emergenza cui faceva riferimento Falcone è superata, il Parlamento infatti non ha formalizzato l’ipotesi di reato.
Anche se esistesse il reato esso non potrebbe essere attribuito a Ciancio, questi, secondo le imputazioni del PM, sarebbe addirittura il Dominus dell’apparato mafioso.
Ma le indagini non sono state fatte in modo adeguato, al contrario quei barlumi di prova (Aiello) mostrano che Ciancio fa parte, si, di una lobby, ma non è quella di Cosa nostra.
Così Ciancio e’ assieme salvato e nello stesso tempo indicato quale Dominus del potere catanese, questa la “Catania bene” di cui non ha parlato nel suo recente volume il Magistrato catanese Ardita che, ardito nell’analisi del passato e della diversa modalità mafiosa, l’insabbiamento, dei catanesi rispetto ai colleghi della Sicilia occidentale, non scorge nel blocco attuale di potere le tracce di una strutturale continuità! Forse per questo è stato premiato, nel giro di una settimana da tre articoli sul quotidiano del Ciancio. È difficilissimo trovare quel nome o quello de “La Sicilia” in un libro non soltanto attento e coraggioso, la “Catania bene” non è né buona, né bella, ma certamente non perché “continua a finanziare la mafia: con i Suv che stanno in coda in attesa di ottenere una bustina di polvere bianca….” Avrebbe dovuto rivolgere lo sguardo alla speculazione edilizia, ai centri commerciali (la più alta densità in Europa), agli imprenditori formatisi nelle Giunte Bianco (Costanzo Tecnis) e a tutto quello che a questo si lega, da questo punto di vista non si può non consigliare la lettura della sentenza, appare chiaro il reticolo degli interessi economici e politici che reggono la loro Catania.
Gabriele Centineo
PRC Catania
Catania 22/02/2016